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Anche l'associazione consumatori irlandese scende in campo per il secondary ticketing

Anche l’associazione per la protezione dei consumatori, la Competition and Consumer Protection Commission, in Irlanda, è scesa in campo per investigare su agenzie, locali e promoter nel caso secondary ticketing.

Lo spunto per l’inchiesta è la «potenziale condotta anti-competitiva» fra chi opera nel settore della musica dal vivo. Il problema si era fatto sentire in Irlanda in particolare all’annuncio del concerto degli U2 per il tour The Joshua Tree 2017: i biglietti per lo spettacolo a Dublino erano andati esauriti in sei minuti.

La CCPC si affianca così a un’investigazione parlamentare e ha chiesto la consulenza anche di chi si occupi del settore. 

Londra, stabile il numero di piccoli locali nonostante le chiusure

Il numero di piccoli locali a Londra è rimasto stabile, nel 2016, per la prima volta dal 2007 nonostante l’allarme per diverse chiusure anche notevoli. Sono infatti state altrettanto numerose le nuove aperture.

Il sindaco di Londra Sadiq Khan ha fatto sapere che si tratta di un «passo avanti per ricostruire la scena musicale» e sottolineato che i piccoli locali sono fondamentali per la nascita di gruppi come i Clash e i Rolling Stones.

I locali, inoltre, portano 91.8 milioni di sterline all’economia della capitale, fornendo anche 2260 lavori a tempo pieno, come riportato anche nel Rescue Plan for London’s Grassroots Music Venues: Making progress. 

Glastonbury, nel 2019 nascerà il Variety Bazaar

Nel 2019 nascerà un nuovo evento collegato al Glastonbury Festival. Il Variety Bazaar nascerà nelle Midlands, dopo che il festival sarà stato a Worthy Farm, la sua casa tradizionale, per l’edizione del 2017 e dopo l’anno di «riposo», nel 2018.

Michael Eavis ha confermato che il festival originale rimarrà comunque a Worthy Farm, nonostante sia necessario negoziare ogni volta con «22 proprietari terrieri» invece di limitarsi a uno come nelle Midlands.

Ecco come migliorare l'uguaglianza secondo le professioniste della musica

Women in Music, evento organizzato dalla Association of Independent Music, è stato l’occasione per parlare dei diritti delle donne nel mondo musicale.

Fra le relatrici c’è stata Amy Lamé, sindaco della notte di Londra, oltre a diverse manager e professioniste del campo. Solo pochi giorni fa era stato pubblicato uno studio secondo cui le percentuali di donne fra i dirigenti si abbassano al 30 per cento nonostante, fra le stagiste e le impiegate di livello più basso, la percentuale sia del 60 per cento.

Nel mondo della musica servono diverse capacità, background e specializzazioni. La mancanza di diversificazione tende a perpetuarsi perché chi occupa posizioni elevate tende a promuovere persone simili, in maggioranza uomini bianchi – che sorpresa».

È importante, secondo le partecipanti all’incontro, migliorare l’equilibrio fra i sessi aiutando altre donne e cercando delle leader che si sforzeranno per cambiare i valori culturalli. Sarah-Anne Grill, tour manager, ha raccontato: «Ieri organizzavo uno spettacolo e un manager si è rifiutato di stringermi la mano. Devo essere al di sopra, pensare a quello che dico, che devo sempre ripetere, e aiutare altre donne».

Un altro problema riguarda le band e artiste: molti festival impiegano solo un 5 per cento di artisti donna. Sarebbe inoltre necessario migliorare la sicurezza ai festival per impedire la violenza contro le donne. Il Safe Music Report, della White Ribbon Campaign, fornisce trucchi pratici proprio a questo riguardo, incoraggiando gli uomini a fare parte della soluzione.

HuffingtonPost: La legge sulla musica arenata in Parlamento

La legge sulla musica attesa da vent'anni? Da sette mesi giace in Parlamento su un "binario triste e solitario" ed è ragionevole aspettarsi che, dimessosi Renzi e affievolitosi malgrado tutto l'orizzonte "vitale" della legislatura, la proposta di legge delega al governo per riordinare il settore giacerà nelle Commissioni parlamentari fino alla liquefazione delle Camere.

Un buon motivo, in campagna elettorale, per riformulare promesse e accalappiare voti nei pressi di una delle categorie più bistrattate e spernacchiate del nostro belpaese. Ma andiamo con ordine, perché la faccenda è un vero guazzabuglio e le responsabilità, a occhio, composite.

Intanto qualche dato Istat, messo nero su bianco nella relazione della (sacrosanta) iniziativa legislativa del piddino Rampi (e subito osannata a giugno sui giornali come fosse già entrata in vigore): il 78,8% degli italiani non ha assistito a un concerto nel 2015, per il resto l'80% di chi ci va lo fa per non più di tre volte l'anno. E sì che il Mef ogni anno registra 7 milioni di ingressi per complessivi 260 milioni di euro.

Non solo, ma nel settore della musica prodotta il settore ha chiuso nel 2015, in attesa di dati più recenti, con un incremento del 21 percento. Insomma, la musica rende su Spotify e cugini, ma le attività concertistiche dal vivo muoiono. La legge sulla musica sarebbe servita a chiudere, in qualche modo, il cerchio sul finanziamento della cultura fatto dal bonus giovani di 500 euro per andare a teatro o ascoltare concerti, con la legge sul cinema e con il progetto complessivo della Buona Scuola.

E sì che la musica dal vivo produce ricchezza, pur misconoscendo a categorie quali compositori o direttori d'orchestra, non dipendenti da Filarmoniche o altri Enti lirici, alcuno statuto imprenditoriale: "Sia che io lavori con la Philarmonie di Radio France che con l'Operaia o con l'Orchestra di Sanremo, dò lavoro e produco reddito che condivido con molte persone. Sono una fonte di reddito per molte persone che, bene o male, sanno che, nel computo mensile dei guadagni, possono contare su di me; quindi, non capisco perché noi non si possa essere inquadrati in un contesto che protegga e incrementi il nostro lavoro, finalizzato al bene comune. Noi compositori e direttori d'orchestra dobbiamo essere comparati a piccoli imprenditori", si sfoga per esempio Massimo Nunzi, uno dei più attivi musicisti italiani, che ci invidiano all'estero; tra i pochi immune, peraltro, al virus del piagnisteo e del super-io diffuso tra i pentagrammatisti.

Ma di cosa, più esattamente, avrebbe bisogno il settore, che è disciplinato ancora, tra l'altro, dal testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1931?

Il progetto di delega è chiaro: di almeno 50 milioni di euro all'anno, istituendo un apposito (ennesimo) Fondo ad hoc nel bilancio del Ministero dei beni e delle attività culturali. Soldi che servano a realizzare o ammodernare tecnologicamente strutture per fruire della musica, rivedendo la normativa tributaria applicando un'aliquota unica per pareggiare le disparità tributarie previste, prevedendo regimi fiscali agevolati, riservando quote per le opere dei talenti emergenti, attribuendo - appunto - lo status di piccoli e medi imprenditori a chi organizza e produce spettacoli, stabilizzando il credito di imposta per i costi sostenuti per attività di produzione dei concerti di musica contemporanea dal vivo.

Misure ragionevoli per un settore che, oggettivamente, produce ricchezza e che, se disciplinato, ne potrebbe produrre assai di più. E allora, perché non si fa? Alle cicliche crisi della finanza pubblica, è ovvio, si aggiunge l'atavica ritrosia nazionale a investire effettivamente sulla cultura, specie in momenti storici in cui ogni urgenza, a torto o ragione, porta a rimandare l'idea di mettere la posta in una casella a rischio presunto.

Ma c'è una ragione, collaterale, in più: l'habitat in cui etologicamente crescono i musicisti produce un brodo di coltura fatto di ego ipertrofici, discrasie, gelosie, zuffe da pollaio, difesa di rendite di posizione e pedanterie da logici medievali sui termini, che tradizionalmente hanno impedito alla categoria vessata di presentarsi "unita" nelle sedi istituzionali con proposte chiare.

Basta, d'altronde, farsi un giro in rete o per i social e vedere quanto, al secondo salamelecco di consenso e tributo l'un con l'altro, parta subito dopo una bizzarra guerra di religione tutta interna alla categoria. Nella musica popolare c'è pure il jazz? E perché il jazz sì e il pop indie no? E cos'è il jazz? E chi è professionista e chi non professionista? E cosa definisce la musica contemporanea? Ma nella musica popolare c'è solo il folk o pure il rock underground?

E via via dimenticano, o vogliono dimenticare, il tema di fondo: un regime fiscale sostenibile e finanziamenti adeguati alla musica dal vivo. E nella zuffa dei possibili beneficiari la scelta inevitabile del legislatore è lasciarli scannare e non entrare in una landa che poi scontenterebbe tutti.

Il risultato di questo lo scrive chiaramente Victor Solaris (che rispetto a una legge che non arriverà mai, propone intanto piccole misure ad hoc di modifica sul regime fiscale previsto dal testo unico sulle imposte e sui redditi) su Sos Musicisti, una delle associazioni a tutela della professione: "Sappiamo tutti che la risultante di questi problemi ha un solo nome: sommerso. Tollerato, umilante, indecoroso sommerso!".

Già, perché fino a oggi il nero, se non è la regola, è una prassi piuttosto diffusa - spesso necessitata - nel mondo degli spettacoli musicali dal vivo. Non accorgersene non è solo sbadataggine.

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