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Corriere.it: 2 milioni di euro per riportare la musica in classe

Ad esiliarla ci pensò Francesco De Sanctis - ministro dell’Istruzione oltre che letterato - secondo il quale la musica, insieme al ricamo, era «arte donnesca». Iniziò da lì, di fatto, l’estromissione della musica, pratica e teoria, dalla scuola italiana; la separazione fra conservatori e università; l’analfabetismo nazionale che ha reso sale da concerto e auditorium dei «dopolavoro» della terza età.
Mentre in Austria e Croazia la «grande» musica gode di un pubblico decisamente intergenerazionale. In Germania i giovani seguono i concerti di musica classica tanto quanto si recano a teatro o nei musei. Sarà perché in quasi tutti i comuni sono presenti le Musikschulen, senza vincoli di accesso. O perché nella scuola pubblica tedesca l’educazione musicale inizia dall’asilo per proseguire fino all’ultimo anno. Con benefici, anche, per l’industria musicale, che registra continui balzi in avanti, mentre tanti enti lirici e musicali italiani sopravvivono solo con i finanziamenti dello Stato. 

 «Suonare insieme è educazione civica»

Ma non può esserci sensibilità per la musica «alta» se non viene insegnata lungo tutto il percorso di studi. «Un Paese con un passato musicale importante come il nostro non può prescindere da questa conoscenza», ha più volte detto Riccardo Muti, direttore d’orchestra e artista che più di ogni altro ha dimostrato di avere a cuore l’educazione e la civiltà musicale, perché «suonare insieme è educazione civica, educa alla convivenza civile, a rispettare gli altri». E «la conoscenza della musica rende un popolo migliore, più sensibile». 

In tutte le scuole

Da De Sanctis ad oggi, va detto, la musica è cambiata: si è compiuta una rivoluzione. Discorsi su ritmi e note, strumenti cori e orchestre sono pratica diffusa in molte scuole, a partire dalle elementari, talvolta anche dalla materna. E con la delega sulla cultura umanistica approvata venerdì scorso (insieme agli altri decreti legislativi che han completato la riforma della Scuola, la legge 107/15), la strada dell’educazione musicale è segnata. Avremo scuole in cui si impara «a leggere, scrivere, a far di conto e a far di canto», secondo un’espressione cara all’ex ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer, che dal 2006 anima e presiede il Comitato Nazionale per l’apprendimento della pratica musicale (Cnapm). Un organo del Miur che ha prodotto corsi di formazione per 8mila docenti, in collaborazione con Università, Iafm (Istituti per l’Alta Formazione musicale), associazioni e esperti; realizzato convegni e seminari; istituito la Settimana della musica a scuola (in maggio); indetto concorsi e redatto proposte di legge. Com’è stato per il Piano nazionale per la formazione musicale, in parte recepito nella «Buona Scuola». Che introduce, per la prima volta a pieno titolo, la musica (ma anche il teatro, la danza e la grafica) nel Piano dell’offerta formativa delle scuole di ogni ordine e grado. Per consentirlo, ci saranno due milioni di euro all’anno e 2.400 docenti dedicati.