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La Nuova Ferrara: "La crisi del mondo musicale si combatte abbassando l’Iva"

Michele Maisano, popolare popolare artista nato a Vigevano celebre negli anni ’60 ma ancora in auge nel mondo della musica liscio, ha fondato da alcuni anni il . Sos, Sindacato operatori spettacolo. E proprio lui nel settembre 2012 aveva pronosticato un futuro buio per la musica dal vivo: «Fra cinque anni - aveva dichiarato - non ci saranno più musicisti, si sta disperdendo un patrimonio culturale spaventoso e dire che all’inizio degli anni Sessanta eravamo il primo paese del mondo nella musica». Lo abbiamo ricontattato per chiedergli se davvero il panorama sia così sconsolante come sembra o se, invece, la realtà è diversa. 

Maisano, cinque anni fa aveva detto che non ci sarebbero più stati musicisti. Il tempo stringe, com’è la situazione?

«Da allora siamo andati sempre peggio. L’unica maniera per rilanciare il settore è defiscalizzare la musica e gli spettacoli dal vivo. Bisogna fare come in Germania e portare l’IVA per chi fa musica dal vivo al 4%. I gestori dei locali e gli organizzatori così risparmierebbero il 18% e potrebbero investire su eventi, serate, concerti; tutti live». 

Cambierebbero le cose?

«Come no! Da così a così! Intanto si rimetterebbe in moto un mestiere che ormai sta scomparendo e in più, si darebbe una risposta concreta al problema della disoccupazione e dell’evasione fiscale». 

Come?

«Abbassando l’Iva non ci sarebbe più motivo di evadere e si pagherebbero i contributi; tutti si svolgerebbe secondo le regole. Il governo avrebbe un grande vantaggio perché emergerebbe tutto il nero. Anche noi musicisti abbiamo una dignità e abbiamo diritto a un futuro pensionistico. Sono sicuro che ci sarebbe un incremento di 80 se non 100mila posti di lavoro».

Quindi la risposta sono le agevolazioni fiscali.

«Sì ma solo a chi davvero suona dal vivo, perché ci sono anche tanti che vanno in giro a fare playback. Gli aiuti fiscali ci devono essere perché quella che si sostiene è una spesa culturale».

Ma quindi è un problema prettamente economico?

«No, assolutamente. Anche culturale. Bisogna rieducare le persone alla musica, alla musica dal vivo e bisogna farlo dal basso perché è da lì che partono le rivoluzioni. Siamo diventati importatori di musica anglosassone e latina, dobbiamo ricominciare a produrre, a essere noi i protagonisti».